SAMNITES
GENS FORTISSIMA ITALIAE
(quel che tutti dovrebbero sapere sui Sanniti)
a cura di Domenico Caiazza
Le antiche origini sabine ed il nome.
I miti dei popoli sannitici tramandavano il ricordo delle origini antiche
dalla Sabina: il territorio intorno a Rieti occupato in età storica
dai Sabini, confinanti di Roma, era stato la loro culla dalla quale erano sciamati
risalendo l’ Appennino e poi i dirigendo verso il Tirreno e l’ Adriatico.
Nella Sabina alle Acque Cutilie (lago di San Vittorino), dove le Ninfe Commotili
spingevano dolcemente un isola galleggiante ed esalazioni solforose indicavano
una porta degli Inferi, i Sabini avevano un antichissimo centro sacrale e politico
allo stesso modo dei Latini che si riunivano ad fontem Ferentinae.
Questo “modello” di assemblea ad un tempo sacra e politica attorno
ad una fonte o un lago agitato da gas testimone della presenza di Mefitis, la
grande dea sannitica equivalente a Giunone romana, fu esportato dai frazioni
del popolo Sabino che migrarono a conquistare altre terre. Infatti è replicato
ad esempio alla Mefite d’ Ansanto (Roccasanfelice, AV) che fu il centro
politico e sacrale degli Irpini e nella Valle di Comino, dove è testimoniato
epigraficamente e da ex voto il culto di Mefitis continuato sostituito da quello
della Madonnna di Canneto al cui tempio annualmente concorrono compagnie di
pellegrini da un vasto circondario. Allo stesso modo nei Lucani dove la Madonna
di Viggiano
continua la funzione aggregante e protettrice della Mefitis delle epigrafi
di Grumento.
Varone dice che il Lago di Cutilia era il centro d’ Italia, forse in
ricordo dell’antica funzione di epicentro degli sciami sabini che con
i veria sacra, o forse quale luogo di comunicazione tra il mondo infero e la
realtà terrena.
Il nome Sanniti è l’esito romano del nome che si davano: Safini
che è lo stesso che Sabini. Fu oggetto di paraetimologie antiche che
lo assimilavano al nome dalla lancia saunia e naturalmente volevano valorizzare
il valore guerriero ed i rapporti con i Greci. Tuttavia pensiamo che con ogni
probabilità derivò al nucleo originario delle genti sabelliche
dal fatto che vivevano sulle sponde del fiume Sava: i Savini-safini-sabini
erano le genti del Sava come i Sabatini erano il popolo che viveva sul Sabato,
i Naharti quelli che vietavano sulla Nera e gli Amiternini quelli che vivevano
attorno all’Aternus-Pescara.
Il costume migratorio dei Sanniti: le primavere sacre (veria sacra)
Dall’epicentro sabino le genti sabelliche salirono al Gran Sasso e poi
migrarono seguendo verso nord e sud la catena appenninica e si spinsero fino
all’ Adriatico ed al Tirreno. Conosciamo dalle fonti il meccanismo che
organizzava lo sciamare di queste genti: i nati in un certo anno, uomini od
animali che fossero, venivano consacrati ad una divinità. Al compimento
della maggiore età essi venivano armati, organizzati, dotati di provviste
ed attrezzi e raggiungevano con l’aiuto degli dei, ma con alle spalle
l’ organizzazione della nazione, nuovi territori. Un picchio, picus,
che fu nome di un dio e di un re furono guidati nella loro sedi i Piceni, da
un toro quelli che raggiunsero la terra degli oscii, probabilmente da un hirpus-lupo
gli Irpini.
Anche i Romani praticavano i veria sacra e dobbiamo pensare che anche i Sanniti
conobbero forme di divisione dei suoli al modo della colonizzazione romana,
certo vi fu una grande ondata migratoria alla fine dell’ VIII- inizio
del VII sec. a.C. ed è questa l’ondata paleosabellica che è indiziata
soprattutto da necropoli e toponimi. Un’altra grande migrazione vi fu
nel V secolo, certo il fenomeno ebbe rallentamenti o arresti ma fu tendenzialmente
costante e alla fine in epoca storica il territorio dei Sabelli andava da Ravenna
a Lucera e dalla Sabina all’area della pianura laziale occupata dai Volsci,
che furono di etnia sabellica o affine come gli Umbri.
In epoca storica parlavano la lingua sannita o sue varietà i seguenti
popolo oramai ben strutturati: Umbri, Sabini, Picenti, Praetutii, Vestini.
Marrucini, Aequi, Marsi, Paeligni, i Volsci e i Sidicini di Teano, i Carecini,
i Frentani, i Pentri, i Caudini, i Campani, gli Hirpini. Ma frazioni di Sanniti
si installarono anche in altre regioni come ad esempio i Mamertini in Sicilia.
I Sanniti visti da Roma: un popolo guerriero e valorosissimo.
Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, I, 3, 106) nella sua descrizione dell’ Italia
antica alle soglie della corografia della Quarta Regione, il Sannio, non ha
dubbi nel premettere che questa comprende le popolazioni più valorose
d’ Italia: Sequitur regio quarta gentium vel fortissimarum Italiae.
Ancora a secoli di distanza dalle Guerre sannitiche e dopo il genocidio ordinato
da Silla riecheggiava dunque in Roma il ricordo di uno scontro epico e combattuto
per circa 70 anni e lo si può capire visto che per sottomettere dei
popoli che distavano pochi giorni di marcia da Roma era occorso più tempo
che la conquista ad esempio della Gallia o dell’ intera Asia Minore.
“Il valore che viene riconosciuto alle popolazioni sannitiche per il
loro indomito senso di libertà emerge dalle più belle pagine
dedicate da Livio alla narrazione del conflitto con i Romani, protrattosi per
oltre settante anni, tra la metà del IV secolo e i primi decenni del
III. Ne resta tracci ancora in Plinio, che include i Sanniti tra le Gentes
fortissimae Italiane. L’affermazione di questa virus italica fu certamente
uno degli strumenti ideali della politica augustea per sollecitare il consenso
della Tota Italia. Le élites municipali erano infatti in gran parte
costituite dai discendenti di quei socii che per la prima volta avavano proclamato
politicamente il nome dell’ Italia ed erano stati debellati appena due
generazioni prima. Al di là, però, dell’ uso retorico che
ne fu fatto, le guerre contro il Sannio ebbero veramente dimensione degna di
una epopea, vedendosi im,pegnata per due generazioni la classe dirigente romana,
che potè celebrare trentatre trionfi de Samnitibus con i Valeriii, i
Cornelii, I Curii, i Fabricii e gli Aemilii. Il principale monumento letterario
di questa vicenda, che condusse all’affermazione dell’egemonia
romana nell’ Italia centrale, è negli scritti di Livio” (
A. La Regina I Sanniti p. 301).
Guerrieri magnifici furono certo i Sanniti, così si rappresentarono
nelle tombe e certo furono anche mercenari e predoni, ma non è possibile
ridurre solo nei limiti della vis bellica la loro storia.
Il problema della civiltà sannitica
(da Safinim: testo Caiazza)
Gli insediamenti
La macchina bellica romana assalì e saccheggiò molti abitati
sannitici durante le guerre, poi Silla, che aveva giurato di far scomparire
dalla terra i Sanniti inflisse un ulteriore durissimo colpo, quindi la lunga
pace romana la pace, provocò la discesa in siti più comodi di
quelli fortificati sui monti e terremoti. Il colpo di grazia venne dalla grande
crisi demica seguita alla Guerra Gotica che parzialmente compensata da lo stanziamento
di Longobardi, Bulgari, Greci provocò il collasso o lo spostamento anche
delle poche città sopravvissute. I boschi hanno avvolto le antiche rovine,
i pastori ne hanno diroccato i massi per vincere la noia, il dissolvimento
di viabilità, poleonimi e toponimi rendono difficile ricostruire l’antica
topografia del Sannio al punto che l’elenco delle città sconosciute è più ampio
di quelle note.
Non sappiamo dove fossero queste città nominate da Livio:
Austicula
Imbrinium
Plistica
Longula
Cessenia o Serennia
Cimetra
Murgantia
Ferentinum
Romulea
Milionia
Feritrum
Aquilonia
Cominium
Duronia
Velia
Palumbinum
Herculaneum
Saticula
Si discute ad esempio se Aufidena sia da identificare a Castel di Sangro o
sul Curino sopra Alfedena, per Callifae si è proposta l’identificazione
con la città munita di teatro sul Monte Perrone di Roccavecchia di Pratella,
e per Allifae il sito megalitico di Monte Castello di S. Angelo di Ravecanina,
oggi diviso tra S. Angelo d’ Alife e Raviscanina, per Aesernia sannitica
si è pensato all’ insediamento sopra Castelromano.
Tuttavia si è tentato di rimediare con apposite ricerche almeno in
Abruzzo, nel Molise ed in area Campano-Sannitica,.
Nell’ Ottocento Antonio De Nino, singolare e splendida figura di studioso,
iniziò la ricerca delle antiche sedi delle città sannitiche sui
monti dell’ Abruzzo, e ne le segnalò e descrisse molte. IN quel
tempo anche studiosi stranieri giravano indagando le mura ciclopiche, poi l’interesse
diminuì. Amedeo Maiuri sul finire degli anni 20 descrisse le cinte di
Sepino Trebula Faicchio, Monte Acero, poi la guerra e nuovo silenzio:Solo con
gli scavi pionieristici di Giovanni Colonna e Saepinum e sul Monte Pallano
si riprese a cercare e quando questo studioso si dedicò soprattutto
agli Etruschi Adriano La Regina raccolse il testimone: pubblico le sue ricerche
sui Vestini ed iniziò il rilievo delle cinte del Molise e nonostante
abbia poi vissuto e lavorato con straordinaria efficacia a Roma ha pubblicato
molti studi approfonditi sulla storia dei Sanniti. Gianfranco De Benedittis
ha dedicato studi a Bovianum e Monte Vairano. In Campania dalla fine degli
anni settanta hanno compiutio ricognizioni Gioa Conta e Domenico Caiazza e
la Marsica ha conosciuto uno straordinario incremento delle conoscenze della
sua topografia antica grazie alle ricerche sul campo di Giuseppe Grossi ed
alle pazienti rigorose riflessioni di Cesare Letta. Andrei Slade e Ezio Mattiocco
sulla scia del De Nino hanno molto contribuito alla topografia dei Peligni
e Vestini. Ben si è lavorato anche nel territorio lucano invece l’Irpinia
e i Caudini sono terre ancora sostanzialmente ignote.
Si discute inoltre sulla struttura dell’insediamento sannitico. Buona
parte degli studiosi condivide il modello insediativo disegnato da Adriano
La Regina secondo il quale il Sannio preromano era popolato solo da una ragnatela
di casali e villagi dispersi nei monti e campagne, o magari disposti sulle
strade, i vici, raggruppati in distretti territoriali denominati pagi e la
città vi sarebbe stata introdotta solo dai Romani con l’impianto
dei municipi. In questa ottica le grandi cinte di mura ciclopiche sarebbero
della strutture difensive saltuariamente utilizzate solo in caso di necessità dagli
abitanti dei vici e pagi delle pianure e le città citate da Livio non
sarebbero mai esistite ma inventate per amplificare le gesta dei condottieri
romani.
Dunque una struttura insediativa “debole” e diffusa compensata
da una struttura statale forte ed unitaria imperniata sul Meddix Touticus,
capo di tutta la Federazione Sannitica. Questa è l’ opinione dominante
ma Cesare Letta ha proposto un convincente modello alternativo dello stato
sannitico e delle comunità che lo costituivano. E di recente Caporossi
Bolognese ha rilevato che la presenza della struttura paganico-vicanica in
epoca romana non legittima ipso facto la sua presenza nel periodo sannitico.
Domenico Caiazza invece ha sin dal 1986 contestato che sia possibile formulare
definizioni complessive e generali sull’età, funzione e qualità delle
cinte fortificate, che vanno esaminate una per una considerandone volta per
volta datazione, dimensione, tipologia d’impianto, funzione, per verificare
in concreto l’appartenenza di ciascuna ad una delle tre classi chiaramente
descritte da Tito Livio : urbes, oppida e castella, città vere e proprie,
centri abitati minori fortificati e fortezze.